Una seconda vita per i residui dell'olivo

i sottoprodotti dell'olivicoltura al servizio della salute del suolo

L’Unione europea produce ogni anno circa 2 milioni di tonnellate di olio d’oliva, pari a circa il 68% della produzione mondiale. L’olivicoltura occupa un posto importante nell’economia agricola e nel paesaggio di molte regioni mediterranee, con Spagna, Italia, Grecia e Portogallo tra i principali produttori europei.

Alla produzione dell’olio è inevitabilmente legata anche quella di grandi quantità di scarti e sottoprodotti. Nei frantoi restano infatti prodotti come sansa, noccioli, acque di vegetazione, allo stesso modo la coltivazione degli olivi produce ogni anno grandi quantità di biomassa attraverso le operazioni di potatura. Materiali questi, diversi per composizione e caratteristiche, la cui gestione rappresenta una questione importante per una filiera così estesa nel bacino del Mediterraneo.

Negli ultimi anni svariati progetti hanno sperimentato nuovi impieghi per i residui produttivi dell’olivicoltura. È così che i residui hanno preso ad essere utilizzati per la produzione di compost, biochar, energia, fertilizzanti e biostimolanti, composti bioattivi e nuovi materiali. In Spagna, i sottoprodotti della lavorazione delle olive sono stati impiegati persino nella produzione di miscele bituminose per la pavimentazione di tratti stradali.

Sempre in Spagna, SIMBIOLIVA, il Gruppo Operativo EIP-AGRI finanziato attraverso il Piano Strategico della PAC 2023-2027, lavora sulla valorizzazione dell’alperujo, il residuo umido prodotto durante l’estrazione dell’olio. Il progetto sperimenta processi fisici e microbiologici che mirano ad aumentare il contenuto di sostanza organica per favorire la fertilità dei suoli.

La salute del suolo è uno degli obiettivi delle cinque Mission europee finanziate attraverso Horizon Europe. La Mission “A Soil Deal for Europe”, in particolare, sostiene ricerca e sperimentazione con l’obiettivo di favorire la transizione attraverso la creazione di Living Labs e Lighthouses in tutta Europa.

L’olivicoltura e la valorizzazione dei residui agroalimentari sono pertanto al centro di numerosi progetti finanziati dalla Mission Soil. SOIL O-LIVE, ad esempio, lavora nelle principali aree olivicole del Mediterraneo per studiare la biodiversità e le funzioni dei suoli, gli effetti delle pratiche agricole e le possibili strategie di recupero. LivingSoiLL ha istituito invece Living Labs in Portogallo, Francia, Spagna e Italia dedicati alle colture permanenti, tra cui gli oliveti. Waste4Soil opera poi attraverso sette Living Labs, sperimentando svariate soluzioni di trasformazione dei residui dell’industria alimentare in prodotti di origine biologica destinati al miglioramento della salute dei suoli.

È chiaro pertanto come l’impiego agricolo dei materiali ottenuti dagli scarti organici interessi grandemente la salute del suolo. L’apporto di sostanza organica può favorire infatti la formazione di una struttura più stabile, aumentare la capacità del terreno di trattenere acqua, fornire apporto di carbonio e nutrienti agli organismi che vi abitano: batteri, funghi e fauna del suolo, che partecipano a processi essenziali come la decomposizione della materia organica e il ciclo dei nutrienti. La sperimentazione in campo permette quindi di verificare quali soluzioni producano benefici misurabili e in quali condizioni.

In Puglia, il progetto INTERESH, anch’esso finanziato da Horizon Europe nell’ambito della Mission “A Soil Deal for Europe”, affronta questi temi a partire proprio dalle caratteristiche del territorio. La prima azione sperimentale del progetto, quella dedicata alle Nature-Based Solutions, viene realizzata negli oliveti della provincia di Foggia, una delle principali aree olivicole italiane. Nel 2024 la Puglia conta infatti circa 330.800 ettari di superficie produttiva destinata alle olive da olio, pari al 31,5% del totale nazionale. Nella provincia di Foggia gli ettari coltivati sono circa 52.100, il 15,7% della superficie regionale.

INTERESH studia, in particolar modo, le possibilità di destinazione alternativa della sansa prodotta dalla filiera olearia. Nell’azione sperimentale il residuo viene utilizzato nella preparazione di un substrato per la coltivazione di tre specie di funghi edibili, il cui substrato esausto viene sottoposto poi a compostaggio e maturazione fino ad ottenere un materiale organico stabile destinato alla sperimentazione.

La fase successiva riguarda l’arricchimento biologico del compost. CIÊNCIAS - Faculdade de Ciências da Universidade de Lisboa, partner responsabile della componente scientifica e biologica dell’azione, fornisce gli inoculi fungini e svolge le analisi microbiologiche e molecolari previste dal protocollo. A partire dalla stessa matrice vengono confrontati tre trattamenti, monitorati nel tempo per osservare parametri legati alla fertilità, al carbonio organico, ai nutrienti e alle comunità microbiche e fungine presenti nel terreno, con l’obiettivo di valutare gli effetti dell’arricchimento biologico del compost sulla qualità del suolo e sui processi ecologici che vi si sviluppano.

Dalla produzione dell’olio alla salute del suolo, la sansa può percorrere pertanto una strada molto più lunga di quella che normalmente associamo ad uno scarto. La ricerca permette di esplorarne nuovi impieghi e di verificare quali possano generare benefici reali. Nei territori in cui l’olivicoltura modella da secoli il paesaggio e l’economia agricola, valorizzare ciò che resta della produzione può aprire nuove possibilità anche per la risorsa da cui l’intera filiera dipende, il suolo.